SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

21 Luglio 2024/ Anno B

Ger 23 1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

All’inizio della corsa dell’evangelo per le strade del mondo, Marco fa seguire, nel suo racconto, l’inizio di una vera vita comunitaria capace di mettere assieme gioie, fatiche, stupori, dolori, fallimenti, preoccupazioni, stanchezze… una vita comunitaria con al centro Gesù: «Si riunirono attorno a Gesù».

È Lui il centro “reale” (vale a dire non ideale o semplicemente intenzionale) della comunità dei discepoli, grazie al quale la comunità si sottrae al rischio di smarrire la forza libera e liberante del vangelo, perdendosi nei rivoli delle contese e delle rivalità o nelle pastoie delle recriminazioni e lamenti o, perfino, in quelle delle autoesaltazioni.

La natura e il segreto della comunità cristiana sta proprio nel suo sapersi attorno a Gesù e nella tensione a rimanervi!

Talvolta può capitare perfino che, nella convinzione di essere “di fatto” sempre con Lui, una comunità – magari presa e preoccupata dal “fare”, al servizio degli altri – smarrisca l’intimità della sua presenza, che chiede ed esige tempo: per questo, nell’evangelo, è Gesù stesso a “difendere”, per i suoi, il diritto di riparo e riposo, dichiarando con dolce fermezza la necessità di un “altrove” solitario per stare con Lui!

è proprio questo tempo dedicato allo stare con Gesù che consente ai discepoli di cogliere in Lui la compassione del suo rispondere alla pressione delle folle spaesate e abbandonate, che cercano in Lui una risposta al loro vuoto più profondo: Gesù non risponde a quella richiesta per accattivarsi le masse o per una sorta di arrendevolezza alla loro insistenza…

Egli risponde nell’amore, di cui la sua compassione è espressione. Le folle premono e generano in Gesù quel moto che è all’origine di tutto il vangelo: la compassione. Essa è un sentire profondo, viscerale, che ha i tratti del sentire materno. Questo è suggerito dal verbo greco splanchnίzomai, che significa sentire dolore nelle viscere: è allora un dolore materno, profondo perché proveniente dalle viscere, in cui ogni figlio viene formato.

Questa compassione è la “causa” dell’Incarnazione, come anche della Croce, perché essa è ciò che consente di “vedere” l’altro e di sentirne la miseria e lo smarrimento.

Andare in disparte con Lui per riposare è, allora, per il credente, andare alla fonte di questo amore che, quando si incontra con la miseria dell’uomo, si concretizza in compassione, in dolore nelle viscere.

E solo lo stare con Lui abilita i discepoli a questo sentire con Cristo; stare con Lui significa imparare a sentire il suo sentire, è imparare a far scaturire dall’amore la concretezza della compassione che, alla fine, si deve tradurre necessariamente in desiderio di portare gli stessi pesi, gli stessi dolori.

Così ha fatto Gesù e così è necessario che faccia la sua Chiesa, a patto, però, che i suoi discepoli abbiano sempre il coraggio di dare spazio al silenzio pieno di Lui, alla solitudine abitata da Lui, al riposo in Lui.

Chi ritiene non necessario quel salire sulla barca per andare verso un luogo deserto e riposare in Lui rischia di smarrire l’identità del discepolato di Cristo e indebolisce lo stesso corpo ecclesiale!

È il vero rapporto con Cristo che, rendendo autentici e scevri da ogni egoismo i rapporti intra-umani, aiuta la comunità credente a costruirsi come realtà salda e ben compaginata intorno a Lui.

Salire sulla barca con Gesù è sì un riposare con Lui, mediante una necessaria presa di distanza dal quotidiano, ma ciò consente di tornare agli uomini con il suo stesso amore “costoso”, un amore che si fa compassione e, quindi, dono.

Salire su quella barca è condividere con Lui l’amore per il Padre, da ricercare incessantemente nel silenzio, e quello per l’uomo, da servire umanizzandolo e indicandogli vie di vita autentica.

Questi due amori devono sempre stare assieme: è solo così che si è davvero figli nel Figlio!

P. Gianpiero Tavolaro